DANTE: tra allegoria e realtà

Eleonora Passariello

"DANTE" il nuovo progetto del regista italiano Pupi Avati

Entri. Lentamente le lunghe e spesse tende nere fanno spazio alla luce. La sala è illuminata, caldi e tenui raggi dorati che cadono sul pavimento irraggiando l'aria. Il velluto rosso abbraccia i sensi, avvolgendoli soavemente, come una madre avvolge il suo bambino nelle sicure coperte. Ti siedi e ti metti comodo osservando le immagini che, colorate, si alternano sullo schermo. Niente sembra poterti distrarre. L'atmosfera pare imperturbabile e tutto procede come dovrebbe. Ma improvvisamente la luce viene scacciata via dall'ombra. L'atmosfera si fa cupa e tutto precipita nel mezzo di una voragine di un forte ed aspro, oscuro nero. La nostra mente si lascia condurre dagli occhi verso l'ignoto, mentre una scarica di adrenalina e curiosità ci si lega nel petto. Comincia così un viaggio senza tempo e senza meta, di cui niente possiamo conoscere, se non le nostre future guide. È così che, prima di tutto, comincia il film "DANTE" il nuovo progetto del popolare regista italiano Pupi Avati, al quale egli stesso afferma di aver lavorato per circa vent'anni. Denso, dunque, di tutta la "divorante passione" di Avati per Dante Alighieri, il film ripercorre la vita del Padre della lingua italiana, affidando allo spettatore una salda guida su cui fare riferimento, ma questa volta ad accompagnarci per le vie della mente tortuosa di Dante, non sarà il latino Virgilio, bensì un fedele Giovanni Boccaccio, interpretato da un patetico Sergio Castellitto. La storia rappresenta è molto semplice: Boccaccio viene incaricato dai Capitani di Or San Michele di portare dieci fiorini d'oro come risarcimento simbolico alla figlia dell'Alighieri, Suor Beatrice, ormai monaca nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi di Ravenna. Durante il viaggio, Boccaccio riesce ad incontrare alcune delle persone che hanno avuto il privilegio di conoscere Dante o che hanno potuto assistere alla sua morte, ripercorrendo così in una serie di flashback della vita del sommo poeta, dall'infanzia, fino all'incontro con Beatrice e alla sua prematura scomparsa, all'amicizia con Guido Cavalcanti, all'impegno politico e all'esilio. Boccaccio giunge, infine, a Ravenna, dove potrà incontrare Suor Beatrice che, inizialmente contraria a volerlo ricevere, in quanto emissario dei fiorentini che esiliarono il padre, acconsentirà poi all'incontro con lui, che le confesserà di considerare Dante come un vero e proprio padre. Come enunciato direttamente dal regista durante un'intervista rilasciata a Francesco Mininni "DANTE" "non sarà una fiction come "I Medici" di produzione americana, con la storia riscritta, ma sarà un film, non una cronaca".

C’è da dire che Avati ha davvero mantenuto la sua parola: che il film non fosse una cronaca della vita del sommo poeta, sarà, senza dubbio, risultato ovvio a tutti coloro che hanno potuto vederlo e, sicuramente, sarà parso altrettanto chiaro agli spettatori che ci si trova davanti a qualcosa di veramente unico nel suo genere. Un’interpretazione veramente

singolare, quella del maestro Avati, per lo studio sia della personalità di Dante, che per quanto riguarda il resto dei personaggi, da Beatrice, fino a Guido Cavalcanti. Sembra che, insieme all’ambientazione medievale, austera e povera per antonomasia, si siano impoveriti anche i soavi e profondi sentimenti del nostro Dante nei confronti della sua angelica musa, Beatrice Portinari. I suoi versi, recitati nelle scene, sembrano perdere di ogni significato se adattati ad una figura come quella della Beatrice dell’interprete Carlotta Gamba. Che la donna fosse l’elemento perturbatore dell’animo del poeta fiorentino, ci è sempre stato noto, è forse la prima cosa che ci viene spiegata a scuola quando si comincia ad affrontare questo autore, ma la cosa che di certo ci è nuova è che dietro di sé ella non porti più uno strascico d’amore e bellezza, bensì un altro fatto di un

tessuto inquietante e misterioso. Nella visione avatiana, Beatrice non genera in Dante solamente un profondo sentimento d’amore, puro e radicato quanto irrealizzabile, ma una vera e propria ossessione quasi morbosa che lo porta a seguirla ovunque lei vada. La donna non è più una presenza salvifica e divina, ma una figura ipnotica e magnetica agli

occhi del giovane Dante, interpretato da Alessandro Sperduti. Più che di un angelo, la

Beatrice avatiana sembra avere tutte le caratteristiche di una sirena omerica, bella e pericolosa. E a contribuire a rendere l’atmosfera ancora più incerta, sono senza dubbio anche i personaggi al seguito della Portinari, a cominciare dalle sue sorelle. Esse stanno a Beatrice come i serpenti alla chioma di Medusa, delle voci sibilline che destano nel pubblico un ambiguo senso dell'orrorifico e che rendono non solo l'atmosfera, ma anche l'animo dello stesso poeta protagonista cupi e incerti. Anche la figura del Cavalcanti ci viene resa sotto un nuovo punto di vista, quasi completamente opposto alla versione a cui, scolasticamente, siamo abituati. Come ci viene detto da Boccaccio stesso “egli fu un de’ migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale, sì fu egli leggiadrissimo e

costumato e parlante uomo molto, e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente, seppe meglio che altro uom fare” (Decameron, VI, 9) e, sicuramente, immaginarcelo nelle vesti di soldato ci potrebbe risultare inusuale. Tuttavia, è proprio così che Guido Cavalcanti ci viene presentato dal regista: giovane, intraprendente e affascinante. Una versione leggermente diversa dall’originale che altera, per certi versi, anche le dinamiche e i rapporti d’amicizia tra lui e Dante. Un’amicizia nata da uno scambio reciproco di idee in versi sulla letteratura e la filosofia, vista in quest’ottica, ovvero, secondo il punto di vista militare, sembra faccia perdere quel legame d’intensità e, soprattutto, di sensibilità, abbassandosi ad essere soltanto come se fosse nato tra commilitoni in un ambiente rozzo

e volgare. Ma fortunatamente dopo l’Inferno “uscimmo a riveder le stelle” o come direi io “riuscimmo”. Questo nuovo viaggio dantesco, se così possiamo chiamarlo, si conclude ancora una volta con una citazione di Suor Beatrice, la quale, riferendosi a suo padre, confida al Boccaccio/Castellitto: “Conosceva a memoria i nomi delle stelle”.

La genesi di questa frase, frutto di un’invenzione dello stesso Avati, ricorre più volte nei dialoghi del film come risposta, da parte di coloro che avevano incontrato Dante, alla domanda di Boccaccio “Cosa ricordate di lui?”. Una frase, comunque priva di ogni riferimento realmente storico, che suscita, tuttavia, una sorta di emozione che sarebbe stata certamente più intensa, se il senso di essa avesse trovato un aggancio diretto nei dialoghi dello stesso Dante nel film. Nonostante queste piccole incongruenze, il film sta facendo comunque parlare molto di sé, sarà per via della fama del suo regista o per quella del suo protagonista? Il film, presente nelle sale da circa un mese, ha suscitato molto

scalpore tra i critici, spesso con divergenze di giudizio riconducibili all’approccio non strettamente tradizionale con cui è stato affrontato il tema, seppur con enfasi di natura psicologica. Oltre alla crisi del cinema che stiamo vivendo in questi ultimi tempi, dalla pandemia in poi, il mancato exploit degli incassi è dovuto anche ad un’aspettativa del pubblico non assecondata dalla particolare scelta tematica affrontata nel film. La maggior parte degli incassi scaturisce dalla spinta delle scuole, che hanno ritenuto potesse essere uno stimolo allo studio dantesco.


“Questo misero modo tegnon l’anime triste di coloro che visser senza ‘nfamia e senza

lodo”.

– INFERNO, CANTO III, VV 34-36