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Fight club come denuncia del sistema capitalistico e non solo

Dalila Cardone

”Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” : un’estetica del consumo che assorbe la nostra personalità, un vortice nel quale l’uomo moderno può facilmente rimanere impantanato, proprio come nel caso del protagonista della pellicola

”Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” : un’estetica del consumo che assorbe la nostra personalità, un vortice nel quale l’uomo moderno può facilmente rimanere impantanato, proprio come nel caso del protagonista della pellicola… Un uomo del quale non si conoscerà mai nemmeno il nome, come massima espressione dell’alienazione del lavoratore surclassato dal lavoro, che sfocerà nella dissociazione da sé dovuta ad un sovraccarico di sensazioni non elaborate.

Sin dall’inizio della narrazione è perfettamente evidente come egli non riesca a vivere serenamente, infatti la sua capacità di sentirsi vivo è stata del tutto abbattuta dal raggiungimento di un sogno americano fallace.

Il protagonista, il quale viene per convenzione chiamato “il Narratore”, è schiacciato dal peso esercitato dalla cultura del consumo che dà maggior valore a dei mobili, ad un abbigliamento rispettabile o ad un lavoro “adeguato”; egli è la rappresentazione della schiavizzazione dell’individuo da parte della società, enfatizzata e resa più chiara anche mediante il modo in cui il suo appartamento è arredato, ovvero con arredi di IKEA che rimandano ai prodotti massificati che vengono comprati da individui senza identità.

Per far funzionare il capitalismo, infatti, i bisogni degli esseri umani devono conformarsi alle esigenze del sistema produttivo.

A questo punto sarà decisivo l’incontro con un venditore di saponette itinerante, Tyler Durden, poiché da questo momento le cose inizieranno a precipitare irrimediabilmente.

Quest’ultimo, personaggio cinematografico riuscitissimo, non esiste e non è altro che una proiezione del sistema che si accartoccia su sé stesso.

Tyler è, infatti, l’alter-ego del Narratore che nasce dal disagio di una generazione che vede nel consumismo un piacere immediato ma che poi finisce per annullarti; emerge come un personaggio imprevedibile, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere e distruggere la società moderna.

Per Tyler l’unico mezzo per raggiungere il fine ultimo, ovvero l’azzeramento delle disparità finanziarie e il ritorno alla frugalità delle prime tribù umane, è fondare un collettivo terroristico: il FIGHT CLUB.

Come già detto, il narratore è annichilito dalla società e ciò avviene per traslato anche nel fight club, dove la violenza metaforica a cui egli è sottoposto quotidianamente al lavoro è trasposta in violenza fisica.

Dunque il Narratore è reso un uomo libero attraverso la nobilitazione della violenza maschile al fine di un’esistenza più pura e primitiva… In merito, la reazione del pubblico è stata totalmente sbagliata rispetto al messaggio espresso prima da Palahniuk e poi da Fincher, in quanto tende ad idolatrare il personaggio di Durden ed è in subbuglio nel vedere la rappresentazione degli incontri clandestini organizzati nel Fight Club, mancando così il senso della narrazione.

Tyler Durden è tutto fuorché un eroe, ed è allarmante come la maggior parte degli spettatori lo elogi come se fosse autore di un manifesto rivoluzionario e quanto rimangano affascinati dalle numerose visioni di mascolinità ultra violenta, invece di coglierne il fine satirico.

Lo scopo di Palahniuk era quello di criticare la società moderna e gli uomini che, nel malessere, trovano sfogo e si sentono veramente tali solo nel picchiarsi l’un l’altro.

Altrettanto interessante da trattare è il ruolo della donna nella vicenda, rappresentata come una malattia da estirpare e non minimamente contemplata nella sua idea di “redenzione-liberazione”.

Essenziale per capire quanto Tyler sia il paladino della follia misogina ed intrinsecamente maschilista è la seguente citazione: “Siamo una generazione di uomini cresciuti da donne, mi chiedo se un’altra donna è veramente la risposta che ci serve”. Dunque, secondo l’alter-ego del Narratore, per gli uomini è stato dannoso essere stati cresciuti dalle donne, e per questo non si deve  sentire il bisogno di averne accanto un’altra.

L’unica esistenza femminile nel film è Marla Singer, la quale rappresenta la disuguaglianza che dilaga nella società patriarcale in tutta la sua brutalità e dovrebbe aiutare lo spettatore a vivere il film come un racconto di dominazione maschile che lavora per soggiogare le donne.


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