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Il giorno in cui morirono gli anni '60

Sofia Battafarano

John Lennon. Banalmente, il più grande musicista di tutti i tempi… It was the fearful night of December eighth, / He was returning home from the studio late / He had perceptively known that it wouldn't be nice. Queste le furibonde parole dei Cranberries in “I Just Shot John Lennon”, un inquieto racconto della notte che sottrasse al mondo uno dei più geniali artisti di tutto il ventesimo secolo. Quella data, l’8 dicembre del 1980, è ricordata da molti come il giorno in cui “morirono gli anni ‘60”

It was the fearful night of December eighth, 

He was returning home from the studio late 

He had perceptively known that it wouldn't be nice; 

Le furibonde parole dei Cranberries in “I Just Shot John Lennon”, un inquieto racconto della notte che sottrasse al mondo uno dei più geniali artisti di tutto il ventesimo secolo. Quella data, l’8 dicembre del 1980, è ricordata da molti come il giorno in cui “morirono gli anni ‘60”. Il delitto è ospitato dal cuore pulsante di New York, il palazzo Dakota di Manhattan (nonché l’affascinante residenza di John Lennon). Per raggiungere una visuale completa degli avvenimenti di quegli ultimi giorni, è fondamentale evidenziare l’instabilità sentimentale di Lennon. Colpito sempre più frequentemente da attacchi di terribile rabbia, era riuscito da poco ad abbandonare il confinamento, cioè a uscire di casa. Questo spiega in parte perché fu così facile avvicinarlo e ucciderlo. 

Non è assolutamente semplice rispondere alla domanda "Perché fu ucciso John Lennon?”. Secondo psichiatri e psicologi, Mark David Chapman, un fervente cristiano, si macchiò dell’assassinio di John Lennon perchè soffriva di narcisismo patologico, cioè costante bisogno di attenzione e ammirazione, nonchè indifferenza per i sentimenti altrui. La vita di Chapman è caratterizzata dall’identificazione con il protagonista del “Giovane Holden” (un noto romanzo di formazione), soprattutto nella rabbia indirizzata verso mondo degli adulti. A ventun anni soffrì di un crollo nervoso forse dovuto ai continui fallimenti nel campo dell’educazione e tentò il suicidio. Fu in quel periodo, intorno agli inizi dell’ ottobre del 1980, che Chapman stabilì che avrebbe ucciso John Lennon. (Inizialmente, difatti, aveva scelto altre celebrità come sue vittime.) Aveva idealizzato la grande rockstar come un “corruttore giovanile, nonché un falsone”. Il primo tentativo fallì; Chapman riportò una grande vittoria morale sul suo cervello malato. Questo avvenne attorno all’uscita dell’album finale di John Lennon e Yoko Ono: Double Fantasy ( 17 novembre 1980). Tuttavia, verso l'inizio di dicembre, Chapman si recò nuovamente a New York. Qualche tempo dopo, la mattina del lunedì 8 dicembre 1980, dopo essersi destato alle 11, acquistò una copia del “Giovane Holden”, che avrebbe utilizzato come portavoce per il suo miserabile  atto finale. Recatosi al palazzo Dakota, Chapman conobbe Paul Goresh, (un modesto fotografo) familiare con l’ambiente dei Lennon. Nel frattempo, John e Yoko concedevano la loro ultima intervista a Dave Sholin nello Studio One; quando abbandonarono l’edificio, com’è ben noto, Chapman affidò la sua copia di Double Fantasy alla rockstar. Lennon vi scribacchiò: “John Lennon 1980”. Successivamente, in compagnia del fotografo, rimase in attesa della sua vittima davanti al palazzo. Quella notte, con l’avvicinarsi delle tenebre, in studio di registrazione, lo stesso John Lennon proclamò di avere i giorni contati. Difatti, la tormentata vita di uno degli immensi padri del rock fu conclusa da una pistola a canna corta, di cui 2 colpi furono posizionati sulla schiena, 3 nel torace e 2 spari vennero collocati sulla spalla sinistra. L’ultimo proiettile, con il suo clamore, servì a richiamare l’attenzione del mondo sulla 72esima Strada. Il giorno seguente, Douglas MacDougall, un ex agente dell’FBI, consegnò un insignificante involto a Yoko Ono con questa frase: “Questo era il più grande musicista rock del mondo”.


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