L'uomo è un animale onnivoro

Davide Morelli

Negli ultimi anni si sta diffondendo sempre più la convinzione che alimentazioni di tipo vegetariano o vegano siano più sostenibili dal punto di vista sia ambientale che nutrizionale, soprattutto per quanto riguarda l'eliminazione della carne rossa. In quest'articolo analizzerò le principali argomentazioni a sostegno di questa tesi, mostrando che la realtà dei fatti è invece molto diversa.

Negli ultimi anni si sta diffondendo sempre più la convinzione che alimentazioni di tipo vegetariano o vegano siano più sostenibili dal punto di vista sia ambientale che nutrizionale, soprattutto per quanto riguarda l'eliminazione della carne rossa. In quest'articolo analizzerò le principali argomentazioni a sostegno di questa tesi, mostrando che la realtà dei fatti è invece molto diversa.

Se la carne che mangiate proviene prevalentemente dall'estero e addirittura dal di fuori dell'UE, allora probabilmente hanno ragione a dirvi che la vostra alimentazione non è sostenibile. Vi è però una grande differenza tra la carne prodotta in massa da grandi aziende agricole e quella allevata al pascolo da piccoli allevamenti. La dieta e le condizioni di vita degli animali hanno un influenza profonda sugli effetti che la carne ha sul vostro corpo e sul pianeta. Mangiare carne nel modo giusto può giovare alla vostra salute e al carico di carbonio del pianeta. La carne non è soltanto ricca di proteine (di cui tra l'altro probabilmente non avete alcun bisogno di preoccuparvi), bensì è anche una fonte di molti nutrienti che non sono disponibili nelle piante. La carne fornisce vitamina B12, ferro emico altamente assorbibile, zinco, EPA, DHA, vitamina D e vitamina K2 (non mi dilungo qui nell'esporne le funzioni), che non si trovano negli alimenti vegetali. Altre vitamine e minerali che si trovano sia nella carne che nelle piante sono di solito più biodisponibili negli animali. Sebbene gli acidi grassi contenuti nella carne non sono il massimo che si potrebbe desiderare (anche se comunque sono mille volte migliori di quelli contenuti nel junk food o nelle merendine), ciò diventa un problema nel caso di un consumo eccessivo di essa: consumarla con moderazione è invece un vantaggio, dal momento che apporta una serie di micronutrienti ed elementi che sono un unicum da non farci scappare. Le piante d'altra parte forniscono importanti antiossidanti, vitamina C e fibre assenti nei derivati della carne. Non solo questa varietà di nutrienti ci permette di vivere meglio, ma ne abbiamo bisogno anche solo per sopravvivere; mi viene in mente il caso di un ragazzo britannico la cui alimentazione era basata su merendine e alimenti da fast-food, che divenne prima cieco a 14 anni e poi morì a 17 anni per un'appendicite. Spesso i sostenitori delle alimentazioni a carattere vegetariano o vegano adducono come fonte a loro favore una serie di studi epidemiologici che sembrano evidenziare una superiorità delle stesse su quelle onnivore: in realtà andando a leggere le alimentazioni seguite da quei soggetti, ci si accorge che erano estremamente sregolate. Ecco quindi spiegata la superiorità delle prime nello studio. 3,5 milioni di anni di alimentazione onnivora ci ha reso umani e continua a renderci sani al giorno d'oggi. Gli studi paleoantropologici dimostrano che gli esseri umani erano in origine prevalentemente carnivori e sono saliti velocemente all'apice della catena alimentare. Questo ha cambiato il nostro sistema digestivo: non possiamo fermentare grandi quantità di alimenti vegetali come i nostri antenati. Il nostro intestino tenue, grazie al quale estraiamo i nutrienti dalla carne, si è allungato, ed il nostro intestino posteriore, fondamentale per fermentare le piante, si è accorciato. Non ci sono nemmeno ormoni o antibiotici nella carne che mangiate. Le mucche ne ricevono un po' in stalla, ma tutti vengono eliminati 60-120 giorni prima che gli animali vengano lavorati. La carne viene accuratamente testata per garantire che non ve ne rimanga alcuna traccia. Ci sono così tante norme e controlli soprattutto in UE che nessun allevatore correrebbe mai il rischio che se ne trovasse una traccia nei propri animali. Sarebbe un disastro finanziario. È stato dimostrato che a parità di qualità degli alimenti e di macronutrienti una dieta onnivora è nettamente superiore. Il punto che ritorna sempre è la negatività dell'eccesso: come in tutte le cose, la chiave spesso è la moderazione.

Gli animali addomesticati esistono in tale numero e hanno determinate condizioni di vita solo perché esiste la pratica di mangiarli. Ad esempio, i molti milioni di pecore presenti in Nuova Zelanda non riuscirebbero a sopravvivere in natura. Il consumo di carne ha portato loro grandi benefici. Naturalmente, gli animali che mangiamo dovrebbero avere una vita felice, e quindi gli allevamenti intensivi (aggettivo qui utilizzato con il significato attribuitogli dalla massa, ma che in realtà non è necessariamente negativo) della peggior specie non sono giustificati, poiché questi animali hanno una pessima qualità della vita. Ma molti animali d'allevamento hanno una vita complessivamente buona, e l'allevamento di pecore in Nuova Zelanda ne è un esempio. La macellazione dell'animale avviene in realtà quasi senza alcun dolore. Non si dovrebbe trascurare le loro condizioni di vita migliori solo in virtù di un destino segnato che in realtà potrebbe aver luogo molto prima se non fossero stati addomesticati dall'uomo. Forse una minoranza della carne prodotta oggi nel mondo riguarda animali in tali condizioni, ma si tratta di una minoranza significativa che ne giustifica il consumo. Se la domanda si spostasse su questi animali, ne esisterebbero più di quanti ce ne siano attualmente. Per favorire questo tipo di allevamenti basta mettere in pratica un semplice comportamento: comprare carne di cui si conoscano le condizioni di vita e l'allevamento di provenienza, anche a costo di pagarla il doppio o addirittura il triplo. I sistemi di pascolo ben gestiti imitano il modo in cui le mandrie migravano attraverso le pianure, brucando l'erba e depositando il letame, prima di spostarsi nel punto successivo e lasciare riposare l'area precedentemente pascolata. Se le piante non subiscono l'azione del bestiame, in genere alcune varietà prendono il sopravvento e mettono in ombra le altre piante. Senza il pascolo, gli ecosistemi possono diventare dormienti. Gli animali al pascolo contribuiscono a stimolare la costante rigenerazione e crescita dei pascoli e delle praterie: ciò garantisce migliori condizioni di vita alla fauna selvatica, favorisce la crescita delle radici delle piante e migliora la salute del suolo. I ruminanti ben gestiti possono anche contribuire a eliminare la necessità di usare prodotti chimici. Il pascolo controllato incoraggia il bestiame a consumare tipi di foraggio che altrimenti non sceglierebbe, mentre l'aggiunta di pecore e capre può eliminare in modo specifico le erbacce e le specie invasive di piante. Assicurandosi che il bestiame occupi solo la metà di un pascolo, i produttori possono garantire che le piante si riprendano durante il periodo di riposo. Quando le piante effettuano la fotosintesi, espandono il loro apparato radicale. Un apparato radicale sano aiuta le piante a trasmettere le sostanze nutritive al terreno per alimentare la vita microbica. Quanto più abbondante è l'apparato radicale, tanto più sano sarà il suolo e tanto più carbonio verrà assorbito.

Se ci si preoccupasse davvero delle emissioni derivate dal cibo, bisognerebbe favorire il consumo di cereali alternativi al riso nelle regioni povere dell'Asia, poiché produce tonnellate di metano. Per non parlare delle patatine fritte, di cui non abbiamo minimamente bisogno e che sono il primo alimento in assoluto per produzione di gas serra. Si parla molto del metano prodotto dalle mucche, ma esso fa parte di un ciclo. Il metano è un gas a vita breve, rimane in circolazione solo per 10 anni ed è un gas di flusso: passa dall'erba, alla mucca, all'aria e di nuovo all'erba. La Co2 prodotta dal trasporto di alimenti quasi sempre provenienti da fattorie e allevamenti intensivi rimane invece nell'atmosfera per almeno 1000 anni. Le aziende agricole che utilizzano animali al pascolo in realtà immettono nel suolo più carbonio di quanto ne producano. Eliminare il bestiame non significa liberare più terra per la produzione di colture. Oltre il 60% dei terreni per l'allevamento a livello globale è costituita da terreni troppo rocciosi, ripidi o aridi per sostenere l'agricoltura coltivata. Soprattutto le pecore e le capre sono ben attrezzate per prosperare in condizioni difficili e su tipi di terreno impegnativi. Allevando ruminanti ben gestiti in queste aree, siamo in grado di alimentare gli ecosistemi, fornire un habitat anche alla fauna selvatica e migliorare la salute del suolo, generando al contempo una moltitudine di alimenti densi di nutrienti. Secondo una ricerca della FAO, i cereali costituiscono solo il 13% dell'alimentazione animale globale, il 10% per i bovini; l'86% dei mangimi per il bestiame a livello mondiale è costituito da materiali che gli esseri umani non possono digerire, come i residui delle colture. Le mucche moderne sono riciclatrici e mangiano anche gli avanzi della distillazione dell'alcol e gli scarti della produzione di biocombustibili.

Ci sono anche delle importanti motivazioni economico-sociali per cui sarebbe scorretto eliminare completamente la carne. La pandemia di Covid-19 ha messo in luce molte delle debolezze della nostra attuale industria della carne, fortemente consolidata e industrializzata. Scegliere carne proveniente da allevatori locali aiuta a creare una nuova catena di approvvigionamento che paga agli allevatori ciò che effettivamente meritano per il duro e incessante lavoro di allevamento del bestiame. Inoltre può ridurre il numero di chilometri percorsi dal cibo e, in alcuni casi, offrire elevati standard di benessere per il bestiame. La pelle sintetica è realizzata con due sostanze a base di plastica, il poliuretano (PU) e il cloruro di polivinile (PVC). Il PVC è stato identificato da numerose organizzazioni come uno dei tipi di plastica più dannosi per l'ambiente. Molti produttori di pelle vegana si affidano anche a plastificanti come gli ftalati per rendere il materiale flessibile. La concorrenza delle fibre sintetiche ha portato a una riduzione del prezzo della lana, mettendo in crisi molti produttori di pecore, soprattutto in Nuova Zelanda e Australia. Quando le persone che occupano una posizione di privilegio parlano di ridurre il consumo globale di carne, trascurano l'impatto negativo che avrebbe sulle donne e sui bambini dei Paesi in via di sviluppo, che dipendono da questi animali per la stabilità economica, la sicurezza alimentare e la nutrizione vitale. Inoltre la carne è una componente fondamentale della dieta di un bambino, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove il miglioramento della salute e delle funzioni cognitive è un passo fondamentale per promuovere una nazione più sana e di successo. Secondo l'ILRI, due terzi dei 600 milioni di produttori di bestiame a basso reddito nel mondo sono donne rurali che si occupano della gestione quotidiana degli animali, compresa la lavorazione, la commercializzazione e la vendita dei prodotti animali. L'organizzazione ha scoperto che quando le donne controllano il reddito, il 90% viene reinvestito nella famiglia, rispetto al 30-40% di quando il reddito è controllato dagli uomini. Consentire alle donne di ottenere l'indipendenza economica attraverso il bestiame migliorerà direttamente la salute e l'istruzione delle loro famiglie.

Negli ultimi 50 anni gli attivisti per i diritti degli animali hanno preso il sopravvento sulla conversazione e hanno distorto i dati. L'opinione pubblica si è progressivamente convinta che la carne fa male a noi e al pianeta: a favorirlo è stata di sicuro un’omnipervasiva mancanza di scarso spirito critico della maggior parte degli individui, che spesso non ha voglia di analizzare le questioni nel profondo in maniera autonoma. Probabilmente sempre per lo stesso motivo è poi dilagata la moda dell'alimentazione vegana per ragioni ambientali o nutrizionali: seguire una linea rigida, prefissata e già definita è più comodo che ragionare con la propria testa e valutare i dati oggettivi e le evidenze scientifiche. Questo fenomeno si verifica quasi in tutti gli ambiti, poiché malgrado cambino le questioni oggetto di dibattito, i soggetti siamo sempre noi. Uso il pronome "noi" per un motivo ben preciso: siamo tutti vittima di questo meccanismo, ma riconoscerlo negli altri è più facile che dentro di sé.