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La Bottega dell'invisibile: Profezia

Benedetta Bulgarini

Che colpa può avere Cassandra?
La bella figliola di Ecuba e Priamo, delizia della fiorente Troia. Questa storia finisce tra le fiamme, viene soffocata dalle grida feroci della sua tessitrice. Un agnello così docile e benvoluto, una bambina avvicinata dai serpenti sacri del tempio di Apollo; eppure, ben altre spire le si chiuderanno sulla bocca. Di nuovo vi domando, che colpa può avere Cassandra?

Ai pochi che sanno leggere il linguaggio delle cose. Alle streghe e agli stregoni.


La curiosa bottiglia che avete tra le mani contiene una storia che finisce con le fiamme e le urla della mia fornitrice: Cassandra.


Che colpa può avere, Cassandra?

La bella figlia di Ecuba e Priamo, la dolce bambina che col suo fratellino era stata avvicinata dai serpenti sacri al tempio di Apollo. Che cosa potrà mai aver fatto una creatura così docile.

Non mi aveva mai fornito ampolle particolari, era sempre stata un soggetto quasi incolore per i miei scaffali. 

Finché un giorno, apparve il suo nome.

Il dio Apollo, c’era da aspettarselo; la stava pedinando da un po’, iniziavo a sospettare della sua natura da dongiovanni. 

La guardava muoversi nel bosco come si guarda un boccone dopo settimane di digiuno, un sorso d’acqua nel deserto; le si palesò in forma umana spuntando da dietro un tronco, gli umani non possono scrutare l’essenza divina. 

Cassandra non era certo come le altre svenevoli fanciulle, Apollo questo lo sapeva bene. 

Lei in qualche modo sapeva di trovarsi di fronte ad un dio, l’entità a cui i serpenti avevano parlato di lei, già pregustando il suo fato sulle lingue biforcute. Lei gli ronzava attorno come un’ape farebbe con una pianta carnivora, affascinata dal rosa della corolla, incapace di vedere i sottili denti verdi della pianta predatrice. Con un insetto così interessato, la pianta carnivora Apollo sa che tasti toccare; ogni sorriso o cenno di assenso alla favella divina è solo un altro succoso dettaglio di quella graziosa spudorata. 

“Sei curiosa, Cassandra”, disse il dio scegliendo il tono più mellifluo, i migliori sguardi dorati, “Placa la mia sete ora ed io disseterò te per sempre”.

Nel vedere la sorpresa negli occhi di Cassandra, Apollo si avvicinò, stavolta sussurrandole all’orecchio: 

“Ti donerò la profezia, vedrai le cose future prima che avvengano; ti fornirò ogni dettaglio, ogni suono. Concediti a me e questo dono sarà tuo. Non ti fa gola, la conoscenza?”.

Il vaso della curiosità di Cassandra traboccava, quella goccia lo fece esondare in un oceano troppo grande. 

Le labbra del dio si serrarono su quelle della fanciulla, il calore del sole schiuso in quel contatto fece fermare il tempo; appena il tocco svanì, con gli occhi sgranati, la pelle sudata, Cassandra corse ridendo nel bosco. 

Correva dritta a casa, da sua madre e da suo padre, vogliosa di entrare dalla porta gridando la sua fortuna. 

Poi, Apollo le fu addosso; con quel suo tipico modo di fare del gatto che gioca con il topolino indifeso, la strinse. 

Il prezzo da pagare, la verginità per la preveggenza. La paura folle fece dimenare la fanciulla tra le braccia del dio.

In quel bizzarro ballo furioso, lei si liberava e lui la cingeva alle ginocchia per sbilanciarla, quando lui sembrava sul punto di inchiodarla a terra lei scalciava e riusciva ad avanzare, in un groviglio di braccia e gambe. La giovane diede un ultimo strattone e corse via, schegge di determinazione feroce le rilucevano nel solco della fronte quando guardò il dio ancora intento a rialzarsi.

Oh, ma nessuno dice “no” ad Apollo. 

“Corri”, disse direttamente nella mente di Cassandra, “Corri, Cassandra. Ti seguirà la mia maledizione, non il mio corpo. Dopotutto, cosa può fare il tuo dono se nessuno ti crede”.

Qui, in questo istante, l’ampolla di Cassandra si riempì di sensazioni, presentimenti, sogni…e paura. 

Le visioni arrivavano senza controllo, preannunciate solo da un ronzio sommesso e dalle vertigini. Dopo un attimo di bianco accecante, le immagini cominciavano a scorrere disordinate e veloci, suoni acuminati come aghi le pungevano le orecchie costringendola spesso a coprirsele. Dopo i momenti di cecità, la verità si srotolava nella mente di Cassandra come un papiro e lei, diligentemente, formulava l’oracolo.

Bastarono poche profezie, pochi spruzzi di futuro nero sulla bianca carta della realtà, e le venne data la colpa della verità. Nessuno credeva che il pastore avrebbe perduto le pecore a causa di un lupo e, appena succedeva, Cassandra era la causa. “Hai fatto adirare il dio, sciagurata ragazza!”, “Gramo!”, “Una maledizione incombe sulle tue parole”. 

Il bonario Priamo aveva più volte preso la figlia in disparte, l’aveva interrogata sul futuro e, appena gli occhi stanchi del genitore rilucevano di meraviglia, questa scintilla tremolante subito veniva risucchiata via per lasciare posto ad un vacuo fastidio. Cassandra si abituò. Uscendo calava il velo da sacerdotessa sempre più in basso, gettando ombra fin oltre l’arco delle sopracciglia; non c’era modo migliore di suscitare nei Troiani ancora più astio e sfiducia. 

Finché non ci fu l’incubo, e lei perse del tutto il senno.

Fiamme alte fino alla luna, un cavallo di legno massiccio, il vino che scorreva per le gole dei cittadini, le stesse gole squarciate da lame nemiche, lame Achee. Vide schiavi, donne violentate, bambini orfani e soldati caduti. 

Corse senza mantello dal padre, in lacrime, la chioma rossa scompigliata dal vento e dall’affanno. 

“Dobbiamo scappare, stavolta è la verità, devono darmi ascolto”

Forse sì.

“Come potremmo fidarci di te”“Ci stai condannando con le tue profezie fasulle, fatela tacere!”

“Che si sia alleata con gli Achei per farci spaventare inutilmente!”

“Chiaramente è fuori di sé”

“Figlia, mi disonori”

Forse no.

Il giorno dopo, sotto gli occhi atterriti della sacerdotessa, il cavallo varcò la soglia di Troia, accompagnato da musica e canti. Gettata ai piedi dell’altare di Apollo, Cassandra pregava, invocava pietà, clemenza per la sua famiglia e per la sua patria. La maledizione le pesava come un sigillo di piombo sul petto, le immagini della distruzione ancora celate sotto le palpebre quando chiudeva gli occhi infami che avevano visto troppo, la lingua bugiarda eppure così veritiera secca per il troppo pianto. 

L’incendio. 

Un capolavoro di distruzione, il trionfo della menzogna di Apollo. 

Ma Cassandra non morì là, assieme agli altri. Al riparo dal fuoco, nel tempio di Atena, tenuta per i fianchi come una bestia da Aiace che la violentava, ancora e ancora. Qualcuno morente, imprigionato nella gabbia di fiamme, gridava al suo nome, alla sua verità. Un sorriso si allungò sulle labbra della profetessa; puro sadismo, un barlume di squilibrio soffocato nelle lacrime dello stupro. 

Troppo tardi.



     

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