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Lo scomodo ruolo del giornalista

Matteo Ramadori

Ondanomala è un giornalino. Giornalino o giornale, entrambi richiedono un giornalista. E quindi chi è, il giornalista? Possiamo forse considerarli giornalisti quegli infiniti abatini e pennivendoli di talento che sporcano, chiedendo scusa e permesso, di nero le bianche pagine delle testate? A parer nostro, no. Perché, crediamo, un giornalista ha ben più potere. Un giornalista è prominente. Non è schiavo dei lettori, ma li conduce dove desidera come greggi. Nasconde il vero negli spazi bianchi.

“Se un milione di persone crede a una cosa idiota, la cosa non cessa di essere idiota”. Con questa mordace frase Anatole France apostrofava Dio sa chi; c’è da dire che, poco ma sicuro, aveva a che dire con molte persone. 

Ora, sarebbe una critica ragionevole se qualcuno rimproverasse una certa arroganza al buon France, per certi versi persino condivisibile; nondimeno, è con frasi del genere che si raggiunge il grande pubblico. 

Aggiungo ancora un’altra citazione: “Che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Il buon giornalista ha questi due precetti da tenere ben chiari nella sua mente: che bisogna fondamentalmente fregarsene di compiacere il proprio pubblico, e anzi ancora meglio se lo si scontenta, e che proprio per questo se pure lo si scontenta ciò porterà il proprio lavoro sotto i riflettori, ottenendo un sostanziale e totale successo. 

Terzo e ultimo precetto, il più importante: un giornalista deve sempre tenere a mente che il suo obiettivo primario, nonché unico, deve essere la verità, solo la verità, nient’altro che la verità.

Al giornalista deve essere consentito di essere arrogante, così come io lo sono adesso, perché nel dire la verità deve essere anche in grado di attirare l’attenzione. Un saggio può permettersi il lusso di essere anche un po’ bigio e pallido fintantoché esprime la sua tesi con coerenza e correttezza argomentativa - certo, un po’ di brio e frizzore non farebbe male -, un articolo al contrario no, giacché ha il quantomai arduo compito di condensare spesso ampi e complessi concetti - come questo - in densi e stringati articoli - come questo - dal tono colorato, comprensibile e sfavillante - si spera, come questo. 

Al che è inevitabile consentire al giornalista, se gli è richiesto un così alto grado di competenza, un pizzico di alterigia, perché del resto non è tanto la correttezza di ciò che è scritto a far chiacchierare - e dovrebbe -, ma la maniera in cui è scritto. Si presenti una sequela di baggianate scritte in maniera noiosa e saranno considerate sì e no da tre-quattro addetti ai lavori che fissano l’articolo con occhi strabuzzati, ma si presenti la stessa scia di castronerie in maniera molto più luccicante e attraente e le persone vi accorreranno come un’ape su acqua e zucchero o come una gazza - così si dice - sull’oro. L’effetto è per altro amplificato se alle falsità si sostituisce ciò che un giornalista dovrebbe avere come obiettivo imprescindibile: la verità. L’effetto sarà poi di portata mastodontica se tale verità è una cosiddetta “verità scomoda”. 

Certamente l'espressione verità scomoda è alquanto spinosa, dopotutto chiunque ha la propria verità scomoda, e certo non basta portare avanti la propria crociata con fervore perché essa risulti giusta. Ma proprio in questo ritorniamo alla bellissima frase di France, ponendoci un grande interrogativo: grandi masse sono stupefatte e irritate perché un fatto esposto è falso o viceversa perché non sanno che è vero? Fondamentalmente non importa, perché la verità - in verità - risiede più nel non detto che nel detto, perché un libretto mutilato di centinaia di anni fa farà parlare di sé assai di più di un siderale saggio uscito l’anno scorso e completo sotto ogni aspetto. La verità sta in quei piccoli spazi bui - o bianchi, per quanto concerne le pagine - in cui non si vede nulla se non con un piccolo indizio o una paterna spintarella, rintronati da quel marasma di parole mal piazzate che confondono e - forse volutamente - oscurano le nicchie già di per sé adombrate. 

Ma fondamentalmente è questo il ruolo del giornalista, mettere in evidenza i fatti e celare nelle nicchie la verità, perché sarebbe tutto troppo semplice se possedessimo le risposte - o la risposta per eccellenza - senza il minimo sforzo. Dunque per un giornalista è molto più divertente così: osservare attraverso lo schermo della pagina il lettore stordito, adirato o ammaliato senza che nessuno dei tre abbia effettivamente capito una beata mazza, ma ottenendo che tutti e quattro abbiano meditato, e magari appreso qualcosa.


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