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Muse effimere

Emma Bianchi

La realtà vittoriana è solo una delle tante declinazioni di un unico concetto radicato a fondo nella cultura occidentale; quello della donna troppo perfetta per rimanere in vita.

Firenze, 26 Aprile 1476; a ventitré anni muore Simonetta Vespucci, gioiello della corte medicea e ispiratrice di scrittori e artisti, tanto in vita quanto in morte. Tutta la città si riunisce al suo funerale, dove la bara viene lasciata aperta per far sì che la folla ne ammiri per un’ultima volta una bellezza che la morte non aveva svilito. Lo stesso Lorenzo De Medici scrive “da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorrono per vederla mosse gran copia di lacrime. De' quali, in quegli che prima c'avevano alcuna notizia, oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avessi superato quella bellezza che, viva, pareva insuperabile. In quelli che prima non la conoscevano nasceva uno dolore e quasi rimordimento di non avere conosciuto sì bella cosa che ne fussimo al tutto privati, e allora conosciutola per averne perpetuo dolore. Veramente in lei si verificava quello che dice il nostro Petrarca: -Morte bella parea sul tuo bel viso-”.

La causa della morte potrebbe essere stata tisi, polmonite o una forma di tumore, ma questo non ha importanza; ciò che conta e che non solo ha lasciato l’aspetto intatto, ma lo ha dirittura esaltato, avvicinandolo di più al canone di bellezza dell’epoca. Il corpo viene reso immortale attraverso le poesie di Poliziano e i dipinti di Botticelli, ma restando letteralmente e figurativamente un guscio vuoto.

Naturalmente non si tratta del primo caso in cui avviene qualcosa di simile; la celebrazione nella scrittura di fanciulle morte in gioventù è una presenza ricorrente a partire dell’antichità, ma raggiunge un nuovo picco tra il ‘200 e il ‘300. In questo contesto, dove l’amore nella poesia è un sentimento fortemente legato al divino, la donna ottiene la sua massima realizzazione in morte, adempiendo al suo dovere di condurre l’uomo verso Dio. La precedente frase di Petrarca menzionata da Lorenzo De Medici proviene da un passo del Triumphus Mortis, dove racconta della morte di Laura a causa della peste nera e ne esalta la bellezza conservata dopo il decesso. Emerge in questo modo un’altra ragione, tristemente molto plausibile, per cui il soggetto potrebbe essere così diffuso: una donna morta prematuramente non può invecchiare, e il desiderio che suscita negli uomini anziché sfiorire si cristallizzerà in eterno. Non dubito che la morte di Laura abbia suscitato un forte sconvolgimento nell’animo già instabile e conflittuale di Petrarca, ma al contempo l’esperienza tragica ha condotto l’oggetto del desiderio al raggiungimento dell’ideale romantico trecentesco, inottenibile perché già di per sé basato su una visione della donna come essere alieno alla dimensione terrena. Immagine che si applica meglio al ricordo angelico di una fanciulla impersonale che a una donna in carne e ossa soggetta all’azione del tempo.


Il topos rispunta di tanto in tanto nei secoli successivi, ma trova una nuova affermazione nel genere letterario gotico dell’ ‘800. È il 1846, infatti, quando Edgar Allan Poe scrive una frase che recita pressappoco così: ‘la morte di una bella donna è, senza dubbio, la tematica più poetica al mondo’. La morte di una donna, dunque, suscita nell’autore gotico ispirazione poetica per essere un evento dalla natura indubbiamente tragica. Ma la morte di una donna bella, resa oggetto passivo della narrazione perché inconsapevole di scatenare con il suo decesso una crisi interiore del protagonista, è ciò a cui punta Poe con le sue storie. Il fulcro non è la donna; essa è solo un pretesto narrativo, dimenticata presto in favore del tormento, del desiderio e della follia che catturano l’io narrante (che molto spesso nei racconti di Poe coincide con il protagonista della storia). Dopotutto, i temi centrali del gotico oltre al soprannaturale sono i conflitti interiori e gli amori perduti.

Alla luce di queste osservazioni prenderò in esame alcuni racconti che reputo emblematici; Ligeia, una delle storie più famose di Poe, narra della macabra ossessione del protagonista per la moglie morta prematuramente. Ligeia è descritta come bella (tre pagine abbondanti sono spese per definire la lucentezza degli occhi e le curiose proporzioni del volto), dal cuore puro, dall’animo profondo e colta oltre ogni misura. L’intelligenza però non contribuisce a donarle uno spessore individuale, ma solo ad elevarla al di sopra delle altre donne alimentando l’aura di eterea inarrivabilità che la distacca dal narratore. Ligeia si ammala poi di un morbo misterioso e abbandona l’uomo in un baratro di dipendenze e follia amorosa che culmina sul finale quando tra le allucinazioni indotte dall’oppio vede la seconda moglie trasformarsi nel suo primo amore, Ligeia. Il tema della morte delle fanciulle si ripresenta nei racconti Berenice, Morella. Il Ritratto Ovale ed Eleonora e nelle poesie Annabel Lee, il Corvo, Lenore ed Eulalie, spesso includendo anche l’elemento della malattia misteriosa, ricorrente in tutta la letteratura gotica. 

Il fattore della malattia ha senza dubbio una componente storica: tra il diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo la tubercolosi era a tutti gli effetti una malattia endemica per il ceto povero, tanto che si stima che nel 1815, in Inghilterra, una morte su quattro fosse causata proprio da essa. La piaga non risparmiava i giovani, tanto che nell’800 più di un terzo dei morti di tubercolosi in Inghilterra e Galles avevano tra i 15 e i 34 anni. Purtroppo però non si tratta dell’unica ragione. Nel diciannovesimo secolo non era raro che la tubercolosi fosse percepita e rappresentata in maniera romantica, riflettendosi nella cultura del periodo tramite libri, quadri e rappresentazioni artistiche di ogni genere. Addirittura il trucco delle donne ne simulava i sintomi; la signora vittoriana cospargeva il proprio volto di ossido di zinco per apparire più pallida e tingeva le labbra e le gote con succo di barbabietola per replicare il rossore della febbre. Di nuovo, proprio come nel caso di Simonetta Vespucci, lo stato di malattia ricalca maggiormente l’ideale estetico di quanto non possa fare un corpo sano, e di nuovo la bellezza femminile trova la sua massima espressione solamente sul letto di morte. È proprio tra il 1840 e il 1850 che i corsetti, da semplici supporti per la schiena e la postura, cominciano a stringersi pericolosamente sulla vita assumendo la caratteristica forma vittoriana “a clessidra”; ciò non si limitava a ridurre la misura del punto vita favorendo una figura emaciata, ma i problemi che causava a polmoni, stomaco e intestino non facevano altro che alimentare l’agognato pallore.

La tubercolosi inoltre si prestava alla perfezione come modello rispetto ad altre infezioni come il colera o la peste, che portavano con sé un colorito bluastro, e talvolta diarrea e vomito. Era fondamentale che il corpo rimanesse intaccato. 

Un’ipotesi ancora più cupa potrebbe suggerire che la ragione per cui il morbo è tanto desiderabile all’occhio maschile giaccia proprio nella apparente debolezza e gracilità conferita dalla malattia, che avvicina la donna all’ideale non soltanto estetico ma anche comportamentale. Elementi come passività, inoffensività e sottomissione possono essere soltanto alimentati dallo stato di malessere fisico, e uno stato di aumentata fragilità femminile comporta inevitabilmente una crescita del senso di potere dell’uomo su di essa.

La realtà vittoriana però è solo una delle tante declinazioni di un unico concetto radicato a fondo nella cultura occidentale; quello della donna troppo perfetta per rimanere in vita. E mentre la visione idealizzata di una ragazza bella, buona e soprattutto nobile che spira accasciata con grazia su un letto drappeggiato continua a essere impressa a fondo nelle menti della popolazione con le varie espressioni artistiche, la miseria, il degrado e la brutalità del dolore saranno ignorati ancora per molto tempo. La morte è un premio per le fanciulle virtuose, e la loro sofferenza offrirà pane per i denti degli artisti.


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