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Norwegian wood: non è mai solo un titolo

Ciro Collodel

Ecco come le canzoni scrivono libri.

Nel 1986 l'ormai affermato scrittore giapponese Murakami Haruki pubblicò il primo romanzo “realistico” della sua carriera: Norwegian wood. All'interno di un aereo in volo per la Germania il protagonista, Watanabe Tōru, sente suonare il brano dei Beatles che dà il nome all'opera e comincia a ricordare lentamente un breve dialogo scambiato con una ragazza di nome Naoko, la cui canzone preferita è per l'appunto Norwegian wood. In quell'occasione, Tōru aveva promesso a questa Naoko che non l'avrebbe mai dimenticata. Da questa premessa il narratore comincia a raccontare la sua storia, fatta di suicidi inaspettati, una carriera universitaria mediocre, un autoisolamento devoto a un otium letterario ripetitivo e improduttivo, conoscenze improvvise e molto spesso occasionali, ma anche strane relazioni che lo aiutano a tirare avanti. È un romanzo che costituisce per molti fan storici dello scrittore una nota stonata, ma che per i più è una vera e propria maturazione nella poetica di quest'autore, le cui tracce sono state intraviste anche nelle opere successive. Murakami sembra tenere molto al titolo, tanto che ha insistito affinché nell'edizione italiana venisse sostituito il Tokyo blues scelto dai nostri traduttori con il titolo originale dell'opera. Nella prefazione afferma inoltre che il romanzo, originariamente una specie di “passatempo” senza particolare importanza dello scrittore, aveva ricevuto come titolo provvisorio Il giardino sotto la pioggia. Ma una volta che il testo ebbe raggiunto uno spessore e un'importanza imprevisti, decise che Noruwei no mori (traduzione giapponese di Norwegian wood) sarebbe stato il titolo che la storia meritava. Viene dunque da pensare che conoscere il contenuto della canzone sia doveroso, o per lo meno dopo aver letto questa prefazione dovrebbe nascere una curiosità verso di essa. Il titolo completo del brano è Norwegian wood (This bird has flown), e compare come seconda traccia nel sesto album dei Beatles, Rubber Souls. In un tono lento e melanconico John Lennon racconta una semplice storia su una ragazza che “aveva una volta”, o che, per meglio dire “lei una volta aveva lui”(Or should I say she once had me), e che gli mostra la sua stanza. Questa scarna narrazione viene interrotta da uno di quegli insignificanti commenti di circostanza che si fanno per manifestare un falso apprezzamento: ma questo non è un buon legno norvegese? (isn't it good Norwegian wood?). Quindi questa ragazza invita l'autore a restare e a sedersi, ma non trovando egli una sedia dopo una rapida occhiata si siede su un tappeto, aspettando il suo momento e sorseggiando il vino offertogli (I sat on a rug, biding my time/ drinking her wine). I due parlano fino alle due di notte, momento in cui la ragazza dice che deve andare a dormire perché la mattina dopo deve lavorare, e scoppia a ridere. John le dice che lui invece non deve e sgattaiola nel bagno per dormire. Al risveglio si ritrova solo. Con una stordita rassegnazione il cantante pensa: “quest'uccello è volato”, e accende un fuoco (molti interpretano letteralmente il verso So I lit a fire - quindi accesi un fuoco -, nel senso che l'autore per una specie di vendetta dà fuoco alla casa, tuttavia nessuna conferma da parte di Lennon). La canzone si chiude con la stessa vacua domanda retorica (Isn't it good Norwegian wood?), l'unico verso che presenta una rima al suo interno, e quello che molto più probabilmente ci si ritroverà a canticchiare senza volerlo. Dunque il brano presenta una classica - a detta del cantante una breve storia extraconiugale mentre era in vacanza nelle Alpi svizzere con la moglie Cynthia - che dà molte speranze, ma che subito lascia a bocca asciutta per nessun motivo in particolare, senza una vera ragione. Una volta conosciuta e apprezzata questa canzone si può a buon diritto iniziare il romanzo. Ma il lettore scoprirà che in realtà la canzone non è poi di così fondamentale importanza nella storia. Di fatto risuona solamente quattro volte. La prima sull'aereo in cui si trova all'inizio il protagonista, è, come già spiegato sopra, la miccia che dà inizio al grande flashback che costituisce il romanzo. La sensazione di nausea che le note di questo brano causano sempre al protagonista sono il preludio al finale tragico della trama. La seconda, questa volta solo in forma strumentale, è invece quando Naoko chiede di suonarlo alla sua compagna di stanza e rivela sia il suo brano preferito, tentando anche di descrivere il carico di emozioni che le provoca: “Quando sento questa canzone a volte divento profondamente triste, non so perché ma ho la sensazione di vagare in una foresta profonda. Come se fossi da sola, al freddo e al buio, e nessuno venisse ad aiutarmi”. Le ultime due volte che questa canzone risuona è alla fine del romanzo, quando la stessa compagna di stanza, improvvisato un funerale del tutto insolito, suona un brano dietro l'altro con la sua chitarra, aprendo e chiudendo questa lunga playlist con le note di Norwegian wood. Per il resto è completamente assente. Viene quindi da chiedersi quale sia l'effettivo contributo della canzone nella composizione della storia, in che modo il libro l'abbia assorbita talmente tanto da diventarne il titolo più naturale. Credo che il romanzo l'abbia incorporata allo stesso modo in cui potrebbe fare ognuno di noi con una canzone dall'interpretazione di così ampio respiro. Si finisce per fonderla con la propria storia e i propri pensieri, associandoli arbitrariamente a porzioni isolate di testo, fino a provare sensazioni e sentimenti che non hanno niente a che fare col significato delle parole, ed è come se le riscrivessimo servendoci solamente delle stesse note e degli stessi toni, ponendovi un pezzo importante di noi che d'ora in avanti riascolteremo ogni che volta che viene riprodotta quella canzone. Così come a Naoko sovviene il ricordo di un periodo di totale solitudine all'ascolto di Norwegian wood, e a Tōru viene in mente Naoko, a Murakami viene probabilmente quella tremenda nostalgia che è quasi sicuramente la madre di quest'opera. Ecco come le canzoni scrivono libri.

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