Tratto da "L'insostenibile leggerezza dell'essere"

Ennio Paolo Pellegrini

La dannazione e la condizione di privilegiato, la fortuna e la disgrazia, nessuno sentì con più concretezza quanto siano interscambiabili queste opposizioni e quanto sia breve il passo da un polo all'altro dell'umana esistenza.

"Soltanto nel 1980 abbiamo potuto sapere dal <Sunday Times> come morì il figlio di Stalin, Jakov. Catturato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, fu internato in un campo di prigionia insieme a un gruppo di ufficiali inglesi. Avevano in comune le latrine. Il figlio di Stalin le lasciava sempre sporche. Agli inglesi non piaceva vedere le loro latrine sporche di merda, anche se era la merda del figlio dell'uomo più potente della terra. Glielo rimproverarono. Lui si offese. Glielo rimproverarono di nuovo più volte e lo obbligarono a pulirle. Lui si arrabbiò, iniziò una lite, venne alle mani. Alla fine chiese di essere ascoltato dal comandante del campo. Voleva che fosse lui a fare da arbitro. Ma l'arrogante tedesco si rifiutò di parlare di merda. Il figlio di Stalin non poté sopportare l'umiliazione. Urlando al cielo terribili ingiurie russe, si lanciò contro il filo spinato percorso dalla corrente elettrica che cingeva il campo di prigionia. Vi cadde sopra. Il suo corpo, che non avrebbe mai più sporcato le latrine inglesi, vi rimase appeso." "Per il figlio di Stalin la vita non era stata facile. Il padre l'aveva avuto da una donna che tutto lascia supporre abbia poi fucilato. Il giovane Stalin era quindi allo stesso tempo figlio di Dio (perché suo padre era venerato come Dio) e dannato da lui. La gente ne aveva doppiamente paura: poteva far loro del male con il suo potere (era pur sempre il figlio di Stalin) ma anche con la sua benevolenza (il padre, al posto del figlio dannato, avrebbe potuto punire i suoi amici). La dannazione e la condizione di privilegiato, la fortuna e la disgrazia, nessuno sentì con più concretezza quanto siano interscambiabili queste opposizioni e quanto sia breve il passo da un polo all'altro dell'umana esistenza. Subito dopo l'inizio della guerra fu fatto prigioniero dai tedeschi, e altri prigionieri, appartenenti a una nazione che gli era sempre stata intimamente odiosa perché incomprensibilmente chiusa, l'avevano accusato di essere sporco. Lui che porta sulle sue spalle il dramma più sublime che si possa immaginare (era allo stesso tempo figlio di Dio e angelo caduto), deve forse adesso essere giudicato non per cose elevate (che abbiano a che fare con Dio e gli angeli) ma per della merda? Sono dunque così vertiginosamente vicini il dramma più eccelso e quello più infimo? Vertiginosamente vicini? La vicinanza può dare la vertigine? Sì, può darla. Quando il polo Nord si avvicinerà al polo Sud fin quasi a toccarlo, il globo terrestre scomparirà e l'uomo si troverà in un vuoto che gli farà girare la testa e lo farà cedere alla seduzione di cadere. Se la dannazione e il privilegio sono la stessa identica cosa, se non esiste differenza tra il sublime e l'infimo, se il figlio di Dio può essere giudicato per della merda, l'esistenza umana perde le sue dimensioni e diventa insostenibilmente leggera. In quell'istante, il figlio di Stalin si lancia contro il filo spinato percorso dalla corrente elettrica, per gettarvi sopra il proprio corpo come sul piatto di una bilancia che sale pietosamente, sollevato dall'infinita leggerezza di un mondo che ha perso le sue dimensioni. Il figlio di Stalin ha dato la sua vita per della merda. Ma morire per della merda non vuol dire morire senza un senso. I tedeschi che sacrificarono la loro vita per estendere più a oriente i territori del Reich, i russi che morirono perché la potenza del loro paese arrivasse più a occidente, loro sì che morirono per qualcosa di stupido e la loro morte è priva di senso e di validità generale. La morte del figlio di Stalin, invece, fu, nella generale stupidità della guerra, la sola morte metafisica"