Una diagnosi delle morti odierne

Matteo Ramadori

Esistono molti modi di morire. Alcune persone muoiono in età avanzata, circondate da parenti e amici, in un giaciglio sicuro; altri, al contrario, muoiono all’improvviso, o in circostanze tragiche, straordinarie.

Esistono molti modi di morire. Alcune persone muoiono in età avanzata, circondate da parenti e amici, in un giaciglio sicuro; altri, al contrario, muoiono all’improvviso, o in circostanze tragiche, straordinarie, nel significato etimologico del termine, ovvero fuori dall’ordinario, circostanze nelle quali nessuno vorrebbe trovarsi, lontano dai propri affetti, in una terra ostile, sradicati dalla culla confortevole che è la nostra casa.

Alcuni decidono di andare incontro alla morte, altri no; siamo abituati all’idea di morte, essa pervade ogni attimo della nostra esistenza, nel pubblico e nel privato, nella costante mole di informazioni che riceviamo o nel silenzio della nostra intimità, tanto che pare ormai i nostri sensi provino una sorta di anestesia onnipresente, la quale ci fa reagire alla morte - altrui - come si potrebbe reagire alla lettura di una notizia di scarsa importanza su un quotidiano, magari una stessa morte, una poco gloriosa dipartita di un anziano ormai stanco e solo, nella quiete della notte e della sua camera da letto. Non siamo però veramente abituati all’idea di morte; quell’indifferenza, quella freddezza con cui reagiamo alla morte del vecchietto è una corazza che ci siamo creati per andare avanti, per così dire, ma sarebbe sciocco dire che non sia una corazza: noi tutti abbiamo quel qualcuno, che sia un amico, un parente, un amante, una figura pubblica e così via, la cui dipartita di toccherebbe, o ci ha toccato, estremamente nel profondo. Questo dimostra per lo meno una cosa: che non siamo pronti alla morte, se non alla nostra, riguardo la quale sarebbe difficile testimoniare, quantomeno a quella altrui; ci prepariamo per anni per accettare con maturità la morte, eppure è uno sforzo inutile, in quanto essa è qualcosa che temiamo biologicamente, non solo come concetto, ma come fattore fisico, la rigettiamo, tentiamo di riemergere disperatamente qualunque sia il metodo, solo per scoprire, veramente in fondo, che la rassegnazione è l’unica cosa che ci resta, o forse che abbiamo sempre avuto.

Stanno così le cose: noi la morte la temiamo, e tanto, la temiamo a tal punto da voler distaccarcene quanto più possibile, fino a ignorarla persino, o a rimuoverla. Proprio da questo punto voglio far partire la mia riflessione, da cui poi voi lettori dovrete trarre le conclusioni sui tempi che corrono e che correranno, che, in tutta franchezza, tutto sembrano tranne che rosei. Si parlava del morire lontani dalla propria casa, sradicati come erbacce, si parlava di morire in maniera del tutto poco, tristemente, umana.

Questo è ciò che si potrebbe dire stia succedendo nel mondo: in Ucraina, in Iran, magari anche in qualche paese dell'Africa che è solito sperimentare un colpo di stato militare con

periodica cadenza. La nostra reazione è il disinteresse, almeno finché non ci viene a

tangere, e il disinteresse è anche quello dei nostri governi: una brigata ucraina è avanzata

quasi circondando gli Spetznas russi, pazienza; un criminale come Kadyrov è stato

nominato a capo delle operazioni in Ucraina, pazienza; una donna (più donne, per la verità) in Iran viene uccisa come un animale perché non indossava un velo, pazienza. Si potrebbe andare avanti per molto, molto tempo, ma in verità gli esempi citati non sono sullo stesso piano, perché il silenzio da parte nostra e dei nostri governi su certi argomenti è assordante. Gli Stati Uniti, così come anche la nostra Italia, il bel paese, sono rimasti in silenzio sulla situazione delle donne in Iran, e c'è da dirlo, è una situazione veramente spinosa. Spinosa è un termine riduttivo a dire il vero, perché come situazione è disgustosa, ed è disgustoso che ci siano morti di serie A e di serie B. Sembrerà forse una frase fatta e scontata, e non negherò la verosimiglianza di tale possibilità, come non negherò la possibilità che tale discorso stia vagando a vuoto, e forse è anche vero, ma il punto è che vorrei tornare all'inizio del mio discorso: non tutte le morti sono uguali. Questo non significa che ci sono morti meno importanti, ma alcune morti hanno impatti quasi vitali sulla nostra vita di tutti i giorni, e forse, e dico forse, interessarsi a eventi così cruciali ed evitare che cadano nel dimenticatoio e passino in sordina dovrebbe essere un impegno civico di ogni essere umano che possa definirsi tale, che abbia il potere di mobilitare un esercito o no.